Roma, 19 maggio 2026 – Secondo Legacoop, il Piano Casa del governo ha il merito di aver riportato il tema abitativo al centro dell’agenda pubblica, ma presenta ancora forti criticità sul piano sociale, urbanistico e della coerenza con gli indirizzi europei in materia di housing sociale e Servizi di Interesse Economico Generale (SIEG). Il sistema è fondamentalmente progettato per accrescere nel tempo il valore degli asset, con fondi immobiliari esplicitamente orientati alla generazione di rendimenti senza vincoli chiari ed escludendo soggetti dell’economia sociale, come le cooperative di abitanti. In un paese dove l’offerta in locazione è solo del 13,1%, non è previsto l’affitto come priorità. Sono oltre 4 milioni le famiglie italiane che destinano più del 30% del proprio reddito all’affitto o al mutuo sulla casa, mentre 1,5 milioni vivono in una condizione di disagio abitativo acuto.
Sono queste le osservazioni principali di Legacoop nel corso dell’audizione che si è svolta presso la commissione Ambiente della Camera sul decreto-legge Piano Casa.
“Serve una evoluzione del Piano Casa – dichiara Simone Gamberini, Presidente di Legacoop. “A nostro avviso occorre prestare uma attenzionbe diversa alla dimensione cooperativa, dando priorità anche alla locazione a canone calmierato, una sorta di quarto pilastro trasversale”.
“Esiste una differenza sostanziale tra innovazione delle partnership pubblico-private e finanziarizzazione dell’abitare” – aggiunge il Presidente di Legacoop. “Come organizzazione riteniamo necessario adottare una logica limited profit, che preveda tra i soggetti attuatori anche la cooperazione di abitanti, definendo con chiarezza la priorità della locazione, gli effettivi livelli di sostenibilità dei canoni e strumenti adeguati di garanzia pubblica”.
“L’emergenza abitativa non può essere affrontata esclusivamente con logiche finanziarie o con strumenti straordinari privi di una visione sociale strutturale” – evidenzia Gamberini. “Oggi il vero tema nazionale è garantire accesso alla casa a quella fascia sempre più ampia di cittadini, lavoratori e famiglie che non rientrano nell’edilizia popolare ma non riescono più a sostenere i costi del mercato. Per questo serve una politica industriale dell’abitare che rimetta al centro affitto accessibile, coesione sociale e partenariato pubblico-comunitario. La cooperazione può rappresentare uno degli strumenti più credibili e immediatamente operativi per raggiungere questo obiettivo”,
Nel corso dell’audizione, Legacoop ha presentato una serie di osservazioni e proposte emendative che puntano a rafforzare il carattere sociale del Piano: dall’introduzione del principio di “prevalenza della locazione” alla definizione chiara di “canone calmierato”, fino all’inserimento delle cooperative di abitanti tra i soggetti attuatori, criteri premiali e requisiti minimi vincolanti nelle politiche di investimento del Fondo.
“Il Piano Casa rappresenta il tentativo di mobilitare capitali istituzionali per l’edilizia abitativa su larga scala, ma nella sua forma attuale, il sistema appare piuttosto come un fondo di investimento immobiliare sostenuto con risorse pubbliche, piuttosto che promuovere un servizio abitativo chiaramente definito in termini di interesse economico generale – sottolinea Rossana Zaccaria, Presidente di Legacoop Abitanti. “Non si tratta di una sfumatura giuridica ma di un aspetto cruciale in relazione a come il modello si colloca nel quadro delle politiche europee, e quindi anche di come verrebbe valutato in termini di aiuti di Stato, governance e valore pubblico.”
In particolare, alla luce dei requisiti UE relativi al SIEG e degli indirizzi del Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile, sono presenti aspetti che potrebbero determinare delle criticità con la Direzione Generale Concorrenza della Commissione Europea.
Tra le criticità evidenziate durante l’audizione anche la mancanza di una visione prioritaria sull’affitto e sulla gestione sociale, il rischio di riduzione dello stock pubblico di edilizia residenziale, l’assenza di vincoli strutturali sulla locazione sociale e la scelta di favorire grandi operazioni immobiliari e finanziarie senza un quadro sufficientemente definito di governance pubblica.
“In termini generali, il Piano Casa rischia di configurarsi più come una piattaforma di investimento immobiliare sostenuta con risorse pubbliche che come un vero servizio abitativo di interesse generale”- aggiunge Rossana Zaccaria. “Senza vincoli chiari su accessibilità, reinvestimento e tutela dello stock sociale, il rischio è che gli alloggi realizzati con risorse pubbliche escano progressivamente dal perimetro dell’edilizia sociale”.







