Sei su dieci temono un aumento del costo della vita, con un pessimismo più accentuato nel ceto popolare. Guerre, cambiamenti climatici, e concentrazione della ricchezza in poche mani sono in cima alla lista delle preoccupazioni.
Roma, 13 gennaio 2026 – Gli italiani sembrano decisamente poco ottimisti sulle prospettive del nostro Paese per il nuovo anno, in particolare coloro che appartengono al ceto popolare: due su tre (62%, +1% rispetto la rilevazione dello scorso anno, di questi il 78% appartiene al ceto popolare) non prefigurano un miglioramento della situazione complessiva dell’Italia. È quanto emerge dal report FragilItalia “Le previsioni per il 2026 – Uno sguardo al futuro”, elaborato dall’Area Studi di Legacoop e Ipsos, con dati basati sui risultati di un sondaggio effettuato con un campione rappresentativo della popolazione.
Negative anche le aspettative sull’evoluzione dello scenario economico: 4 italiani su 10 (40%) prevedono una fase di recessione, mentre il 31% teme la stagnazione; 6 su 10 (62%, di cui il 74% del ceto popolare) si aspettano un aumento del costo della vita. Previsioni più favorevoli invece per la situazione delle famiglie: diminuisce chi si aspetta uno scenario “altalenante”, con alti e bassi (-3% rispetto lo scorso anno), stabile la percentuale di chi prevede un anno di crisi (8%). Si delineano aspettative positive per l’andamento delle relazioni familiari (85%), le relazioni con gli amici (80%), l’amore e gli affetti (77%), la salute (75%), il lavoro (64%).
“All’inizio di questo 2026 – sottolinea Simone Gamberini, presidente di Legacoop – non possiamo dire di non sapere che l’Italia è un Paese attraversato da un sentimento diffuso di incertezza e preoccupazione per il futuro, che colpisce in modo particolarmente duro il ceto popolare. Il timore di un ulteriore aumento del costo della vita, la percezione di precarietà e il senso di esclusione sociale segnalano una frattura che rischia di ampliarsi ulteriormente se non si interviene con decisione. Servono politiche pubbliche orientate alla coesione e alla giustizia sociale, alla promozione del lavoro di qualità e alla sostenibilità, capaci di dare risposte concrete alle fragilità che emergono con chiarezza”.
Per quanto riguarda il contesto economico delle famiglie, il 57% degli intervistati vede in miglioramento le aspettative sulla propria situazione economica e il 51% sulla propria capacità di spesa. Anche sotto questo aspetto sono comunque rilevanti le differenze in base alla collocazione sociale. Infatti, il 78% degli appartenenti al ceto popolare è preoccupato per l’evoluzione della situazione economica della propria famiglia, a fronte di un dato medio del 36%, e il 44% contempla la possibilità di dover svolgere lavori precari, rispetto a un dato medio del 29%. Lo stesso divario tra ceto popolare e ad altri ceti è riscontrabile nella percezione di essere inclusi o esclusi dalla società. Il dato medio di chi si sente completamente o in buona misura incluso (57%) sale (77%) per il ceto medio; mentre la percentuale di chi si sente parzialmente o totalmente escluso (42%) sale (71%) per il ceto popolare.
Interessanti, anche per le variazioni che si registrano sull’anno scorso, i dati relativi alla classifica dei fattori che determinano le forti preoccupazioni per il futuro. Al primo posto le guerre (55%, -5% rispetto al 2024), seguite dai cambiamenti climatici (45%, in calo del 10%), da un’eccessiva ricchezza concentrata in poche mani (39%, +3%), dalle tasse (32%, +8%) e dall’inflazione (stabile, al 32%). Completano i risultati della rilevazione le opinioni su ciò che si ritiene sbagliato nella società di oggi. Al primo posto si collocano le guerre (44%), seguite dalla perdita di potere d’acquisto delle famiglie (38%, 44% nel ceto popolare), dalla mancanza di prospettive per i giovani (30%), e dall’individualismo egoistico (28%).
Qui il link all’articolo del Sole24Ore.






