Romagna, 30 marzo 2026 – Si sono riunite in assemblea a Faenza, nella sede della cooperativa Zerocerchio, 45 cooperative sociali di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini associate a Legacoop Romagna, che rappresentano il 7% di tutte quelle presenti nella Regione: 26 offrono servizi socio-educativi, 11 sono rivolte all’inclusione lavorativa dei soci, e 8 sviluppano attività di entrambi i tipi. I lavoratori sono circa 5.500, più di 6.400 le socie e i soci, per un valore della produzione di oltre 347 milioni di euro.
I lavori sono stati introdotti dal presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi, a cui sono seguite le relazioni dei responsabili di settore, Elisabetta Cavalazzi e Simona Benedetti. Ha concluso l’incontro il presidente di Legacoopsociali nazionale, Massimo Ascari. Molto partecipato il dibattito con le cooperative: sono intervenuti, tra gli altri, Patrizio Orlandi, (Dialogos), Patrizia Turci (Tragitti), Stefano Damiani (Zerocerchio), Manuela Raganini (Treottouno), Monia Monti (Cils), Pierpaolo Frontini (Ca’ Santino).
Durante il dialogo sono emerse le questioni con cui si confronta quotidianamente il comparto: invecchiamento della popolazione, denatalità, integrazione multiculturale, doppie diagnosi, il tema dell’abitare, nuove fragilità, che però spesso non sono certificate come tali, bandi che non riconoscono la specificità della cooperazione sociale, la confusione con altri tipi di realtà e una dimensione inedita di concorrenza. Fra le priorità anche quella di dare corso alla contrattazione territoriale e la necessità di dare nuova vita al modello di integrazione, coprogettazione e concertazione che ha storicamente qualificato il modello emiliano-romagnolo, per evitare che diventi un semplice paravento per logiche di risparmio.
La difficoltà a trovare personale – in particolar modo professionalità qualificate come operatori socio-sanitari, infermieri, educatori e autisti – richiede che si affronti anche il tema salariale, per evitare che l’urgenza già presente diventi emergenza, con conseguenti ricadute sui servizi. Serve un nuovo patto con gli enti pubblici e gli amministratori e occorre lavorare sul tema dell’identità e della comunicazione, per tornare a essere attrattivi e riconosciuti dal mondo del lavoro, delle istituzioni e dell’opinione pubblica.
“La cooperazione sociale – hanno detto le responsabili di settore, Elisabetta Cavalazzi e Simona Benedetti – vuole tornare a essere protagonista nella definizione delle strategie che la riguardano. I cittadini apprezzano la qualità dei servizi, vogliamo che la associno il più possibile alla qualità dello strumento cooperativo. Per essere riconosciuti come protagonisti dell’economia sociale dai soci, dalle istituzioni e dalle comunità dobbiamo investire sulla nostra identità ed essere coerenti con i valori della nostra mission originaria, comunicando in maniera coerente lo straordinario valore che le cooperative esprimono sul territorio. Questo settore ha una capacità di innovazione e sperimentazione comprovata nel tempo, da cui può partire una nuova e più efficace interlocuzione con l’ente pubblico. Due esempi: vogliamo realizzare progettualità che mettano in rete differenti attività, professionalità e aree di intervento e rafforzare la cooperazione tra le cooperative sociali e imprese di settori diversi, per condividere know-how e creare nuovi servizi per i soci e le loro famiglie”.
“L’identità della cooperazione sociale – ha poi spiegato il presidente di Legacoopsociali nazionale, Massimo Ascari – nasce dalla sua missione, che è espressa nei nostri statuti: rispondere ai bisogni delle persone, sempre crescenti, ma anche offrire le migliori condizioni di lavoro ai nostri soci e i nostri lavoratori, che meritano di vedere riconosciuti il loro impegno e la loro professionalità, in primo luogo nelle tariffe e nei bandi dei committenti”.






