L’astensionismo è un’emergenza democratica
Di Simone Gamberini, presidente di Legacoop
La qualità della nostra democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma dalla capacità di far sentire ogni persona parte attiva di un progetto collettivo.
Le indagini sull’astensionismo di AreaStudi Legacoop-IPSOS – dedicate al rapporto tra italiani e politica, all’astensionismo e allo strumento referendario – che abbiamo presentato nel corso di un evento svoltosi alla Camera dei Deputati il 3 marzo, non sono semplici rilevazioni demoscopiche, noi riteniamo siano uno specchio della qualità della nostra democrazia, su cui occorre ragionare e con una certa urgenza.
Il quadro che emerge non racconta un Paese che rifiuta la democrazia, piuttosto un Paese che la considera importante, ma sempre meno efficace.
L’interesse per la politica che è sempre alto, è in calo, e questo dato, da solo, potrebbe essere letto come un fenomeno ciclico. Ma diventa più preoccupante quando lo si collega ad altri due elementi: la percezione di scarsa rappresentanza e la convinzione diffusa che il voto non sia in grado di incidere realmente sulle decisioni pubbliche. Qui sta il punto centrale.
Quando una maggioranza significativa di cittadini ritiene che il proprio voto non influenzi le decisioni politiche, non serva, non sia utile, la partecipazione non si indebolisce per disinteresse, ma per perdita di efficacia percepita. La democrazia resta formalmente riconosciuta, ma sostanzialmente distante.
E infatti, accanto alla distanza dalla politica, cresce l’insoddisfazione verso il funzionamento concreto della democrazia nel nostro Paese. Non è messo in discussione il principio democratico, è messa in discussione la sua capacità di produrre risultati coerenti, comprensibili, visibili.
La sezione dell’indagine dedicata all’astensionismo approfondisce questo nodo. L’astensione non è frutto di scarsa informazione; anzi, è una scelta deliberata, ragionata che affonda le radici nella sfiducia verso i leader, nella disillusione verso i partiti, nella convinzione che i problemi economici, a partire dalla pressione fiscale e dalle politiche pubbliche, non vengano affrontati con sufficiente credibilità.
Eppure, ed è qui una apparente contraddizione, una larghissima maggioranza di italiani continua a considerare il voto un dovere civico e giudica l’astensionismo un problema per la democrazia. Il fondamento etico e costituzionale della partecipazione non è crollato. È rimasto intatto.
Ciò che si è incrinato è il nesso tra partecipazione e risultato.
Molti cittadini non si sottraggono al voto perché non credono nella democrazia, si sottraggono perché non vedono un collegamento chiaro tra il loro gesto e le decisioni che incidono sulla loro vita quotidiana: lavoro, servizi, carico fiscale, prospettive per i figli.
C’è però un elemento che merita attenzione e che offre uno spiraglio: una quota ampia di astenuti dichiara che tornerebbe a votare in presenza di un’offerta politica capace di rappresentarli pienamente. Questo significa che la frattura non è irreversibile, che non siamo di fronte a un rifiuto definitivo del sistema, ma a una richiesta ultimativa di qualità, di coerenza, di credibilità.
La domanda che emerge dai dati è semplice e radicale: la politica è ancora percepita come capace di incidere?
La sezione dell’indagine dedicata allo strumento referendario completa il quadro. Il referendum è riconosciuto da una larga maggioranza come uno strumento importante di partecipazione democratica, e i cittadini ne apprezzano la dimensione diretta, la possibilità di intervenire su questioni specifiche, la funzione di rafforzamento del legame tra società e decisione pubblica.
Eppure, anche qui si osserva uno scarto tra valore attribuito e partecipazione effettiva.
Una delle spiegazioni possibili riguarda la crescente percezione di politicizzazione dello strumento referendario, perché con tutta evidenza, quando il referendum viene letto prevalentemente come una prova di forza tra schieramenti, più che come una decisione puntuale su un tema, il cittadino tende a percepire il proprio voto come parte di uno scontro generale, non come intervento diretto su una scelta specifica. Si indebolisce così proprio ciò che dovrebbe rafforzarsi: la sensazione di controllo e di incidenza individuale.
Noi riteniamo che i dati di questa indagine, letti insieme, ci consegnano un messaggio unitario: la crisi non è nella legittimità della democrazia, ma nella percezione della sua efficacia. Non siamo davanti a una società disinteressata, siamo davanti a una società esigente e delusa, una società che chiede che il voto torni a essere uno strumento capace di produrre effetti riconoscibili.
Come Legacoop, noi viviamo quotidianamente una forma di democrazia economica. Nelle cooperative, il principio “una testa, un voto” non è solo una regola formale: è un meccanismo che funziona quando i soci percepiscono che la loro partecipazione incide sulle decisioni e sui risultati, e se quel nesso si spezza, la partecipazione si indebolisce.
Lo stesso vale per la democrazia politica.
Il tema che attraversa questa ricerca è quello dell’efficacia: efficacia del voto, efficacia delle politiche pubbliche, efficacia degli strumenti di partecipazione diretta. Senza efficacia percepita, anche la più solida architettura istituzionale rischia di svuotarsi.
La ricostruzione del rapporto tra cittadini e istituzioni non può essere affidata solo alla comunicazione o alla mobilitazione episodica, richiede coerenza nelle scelte, trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche, chiarezza negli obiettivi, capacità di dare risposte misurabili ai problemi concreti. Richiede, in una parola, responsabilità e consapevolezza del problema.
Nel Parlamento si esercita la funzione più alta della rappresentanza democratica, e i dati che abbiamo illustrato non devono essere letti come una critica esterna, ma come un’opportunità per rafforzare il legame tra Parlamento e Paese.
Se il voto torna a essere percepito come efficace, la partecipazione crescerà. Se le istituzioni saranno percepite come capaci di incidere realmente sulla vita delle persone, la fiducia si ricostruirà.
La democrazia italiana non è respinta, è come se fosse in attesa.
Sta a tutti noi renderla all’altezza di questa attesa.







