Democrazia economica, partecipazione, pari opportunità: l’impresa cooperativa cresce con la comunità
Di Paolo Lucchi, presidente di Legacoop Romagna
In un’epoca segnata dai monopoli digitali e dalla opacità degli algoritmi, parlare di democrazia economica, di partecipazione, di mutualismo, potrebbe apparire come un esercizio retorico. Eppure, per chi vive e opera nel tessuto produttivo della Romagna, queste espressioni non sono confinate ai libri di storia che raccontano l’epopea pionieristica di Nullo Baldini. Sono, orgogliosamente, una pratica quotidiana, che alimenta l’attività di 352 imprese associate a Legacoop Romagna. È un mondo che rappresenta oltre 320mila socie e soci, genera un valore della produzione di 8 miliardi di euro e dà lavoro a più di 28mila persone.
Il nostro è un movimento solido, che è stato capace di superare la pandemia con una crescita costante. Nel 2025 il 64% delle nostre cooperative ha chiuso in utile, il 20% in pareggio e il 16% in perdita, con un dato sostanzialmente allineato con quello del 2024. Ma ad essere diverso sarà, purtroppo, il 2026 il 58% delle imprese cooperative prevede una stagnazione; solo il 28% pensa di crescere, mentre il 14% ipotizza un calo. Per superare questa fase, non bastano i bilanci in ordine: serve un salto di qualità collettivo che affronti quattro nodi strutturali che rischiano di soffocare il nostro futuro.
Il primo è il problema dei redditi. Dal Covid a oggi, l’Italia è cresciuta più della media europea, ma il potere d’acquisto dei lavoratori è crollato. La ricchezza prodotta non è arrivata nelle buste paga, mentre sono esplose le rendite finanziarie e i record di profitti delle grandi banche. Nelle cooperative il welfare aziendale e la riduzione delle disparità interne hanno attutito il colpo, ma il trend nazionale penalizza tutti.
Il secondo nodo riguarda la scelta di campo sui servizi ai cittadini. In un Paese che invecchia e fatica a trattenere i propri giovani, la decisione di investire nel riarmo a scapito di sanità, scuola e welfare è preoccupante. Crediamo che la sicurezza di una nazione non si misuri negli armamenti, ma nella capacità di proteggere i più fragili e di offrire prospettive alle nuove generazioni.
C’è poi il tema delle infrastrutture. Con l’esaurirsi dei fondi del PNRR, la Romagna rischia di restare orfana di investimenti vitali. I problemi si trascinano da anni: il nodo autostradale di Bologna, la rete ferroviaria e stradale da rivedere, il sistema regionale degli aeroporti. E poi servirebbe provare a sfruttare le opportunità nate attorno al porto di Ravenna, con la sua Zona logistica semplificata. Occorre una visione comune tra istituzioni e imprese per stabilire priorità chiare, in un contesto di risorse scarse.
Infine, in una terra duramente ferita dalle alluvioni, abbiamo la necessità di tutelare la sicurezza e proteggere il suolo, senza però bloccare tutto. Il nuovo Piano Idrogeologico (PAI) rischia di “vetrificare” la Romagna, bloccando investimenti per 500 milioni di euro solo tra le nostre associate. Occorre considerare ogni singola azione potenziale e distinguere bene aree, rischi, azioni previste e interventi in via di realizzazione. Il nostro è un appello rivolto a tutti: Comuni, Province e Regione Emilia-Romagna, già impegnati a superare, come noi, le conseguenze negative del provvedimento, parlamentari locali e Governo.
La Romagna, certo, non è risparmiata dalle grandi questioni del nostro tempo: l’avvento dell’intelligenza artificiale, l’incertezza internazionale, la crisi dell’informazione, il ruolo dell’Europa. Navighiamo in questo mare impetuoso utilizzando la bussola dei nostri valori distintivi, a partire dalla democrazia partecipativa e dalla parità di opportunità, a cui dedichiamo le riflessioni di questo 2026. Sono valori che parlano direttamente ai giovani. Nei colloqui di lavoro vediamo ragazzi che cercano non solo un reddito, ma un senso, un percorso di crescita etico e un ruolo attivo. La cooperazione offre esattamente questo: la possibilità di essere protagonisti in un’impresa che non guarda solo al profitto, ma al bene comune. Perché la democrazia economica, se praticata con rigore e passione, resta la risposta più efficace alle sfide del nostro tempo.







