Cooperazione e IA: il cambiamento come bene comune
Di Mattia Rossi, presidente di Legacoop Liguria
Viviamo nell’epoca dei dati, delle piattaforme, dell’intelligenza artificiale. Ma la vera domanda non è quanto velocemente stiamo innovando. È verso quale modello di società stiamo correndo. Ne abbiamo discusso a Genova, in occasione della tappa ligure del percorso verso la Biennale Legacoop dell’Economia Cooperativa in programma a Milano il prossimo ottobre.
Il dibattito pubblico sull’IA è spesso polarizzato tra entusiasmi salvifici e paure apocalittiche. In entrambi i casi, però, si rischia di trascurare il punto essenziale: la tecnologia non è neutra. Ogni strumento incorpora una finalità, riflette interessi e visioni del mondo. Un algoritmo è orientato a determinati obiettivi. Se quegli obiettivi non sono trasparenti e condivisi, la tecnologia finisce per incidere sulla nostra vita economica e democratica senza che ne siamo pienamente consapevoli.
Ridurre l’innovazione a una questione di competitività è un errore prospettico. La competitività, da sola, non garantisce né equità né diritti. Il mercato, lasciato a se stesso, tende a produrre concentrazioni di potere e diseguaglianze economiche e sociali indebolendo la qualità della cittadinanza, fino a rischiare di compromettere i diritti essenziali, il lavoro, l’ambiente e la vita delle persone.
Non è utopia. Nel 1844 i Pionieri di Rochdale decisero di unirsi per acquistare beni di prima necessità a condizioni eque. Non fu soltanto un’iniziativa economica, ma un atto di dignità collettiva. La cooperazione moderna nacque come risposta alle distorsioni del capitalismo, come strumento per riequilibrare il rapporto tra chi produce valore e chi lo accumula.
Oggi le risorse strategiche non sono più soltanto le materie prime o i beni essenziali ma quelle che alimentano le tecnologie e i dati. Sono le infrastrutture digitali. Sono gli algoritmi che organizzano informazione, servizi, opportunità. La questione di fondo, però, resta identica: chi detiene le risorse e come le distribuisce? A quale fine le utilizza?
Se i dati sono il “bene essenziale” dell’economia contemporanea, possiamo accettare che siano governati esclusivamente da logiche di accumulazione privata? Oppure dobbiamo immaginare forme nuove di mutualità digitale, capaci di redistribuire il valore prodotto e di reinvestirlo nell’interesse generale?
Qui la riflessione diventa costituzionale prima ancora che tecnologica. La Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che l’iniziativa economica è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Riconosce e promuove la funzione sociale della cooperazione. Questo equilibrio tra libertà economica e interesse generale ha rappresentato uno dei pilastri delle democrazie liberali del Novecento.
Ma l’economia digitale opera su scala globale, spesso oltre la capacità regolativa degli Stati. Le grandi piattaforme private dispongono di una concentrazione di ricchezza e di potere informativo senza precedenti, capace di incidere su ambiti essenziali come salute, formazione, mobilità, comunicazione. Quando l’accesso ai servizi è mediato da algoritmi orientati al profitto, il rischio è che l’efficienza si trasformi in esclusione e che parti della popolazione vengano marginalizzate in base alla capacità di spesa.
In questo scenario introduciamo un nuovo concetto: la “sussidiarietà digitale”. Se nel welfare tradizionale Stato e privato concorrono a garantire diritti fondamentali, nello spazio digitale occorre assicurare che l’iniziativa privata orientata alla soddisfazione dei bisogni resti ancorata all’interesse generale. Non si tratta di frenare l’innovazione, ma di governarla. Non di opporsi alla tecnologia, ma di orientarne le finalità.
La cooperazione può offrire un contributo concreto in questa direzione. Non come alternativa ideologica al mercato, ma come modello organizzativo, piattaforme cooperative democratiche governate in maniera trasparente: una testa, un voto; partecipazione; mutualità; interesse per la comunità.
Il confine tra uomo e macchina non va tracciato contro l’innovazione. Va definito dentro un quadro di regole condivise. Un sistema di intelligenza artificiale può migliorare una diagnosi medica, prevenire rischi ambientali, ottimizzare servizi pubblici. Ma può anche ridurre spazi di autonomia, orientare comportamenti, rafforzare diseguaglianze.
Per questo il confronto sull’IA non può essere confinato agli ingegneri o agli economisti. È una questione filosofica, politica, culturale. Riguarda il modo in cui intendiamo la cittadinanza, la partecipazione, la distribuzione del valore. Riguarda il rapporto tra potere economico e democrazia.
Nell’epoca degli algoritmi, la soluzione resta sorprendentemente semplice: la cooperazione rappresenta un modello in cui l’innovazione può essere orientata a beneficio di tutti.







