Povertà, Legacoop-Ipsos: il 54% degli italiani si colloca sotto al ceto medio

Gamberini: “Non è più soltanto povertà di reddito. È una progressiva perdita di sicurezza, relazioni e fiducia nel futuro. Il Paese deve reagire. Non servono solo soluzioni di breve periodo in vista delle scadenze elettorali . Facciamo decollare il Patto per l’Italia”

Il 68% degli italiani si sente economicamente più fragile rispetto a cinque anni fa. Il 39% considera lo stipendio insufficiente rispetto al costo della vita, il 26% rinuncia a cure mediche o dentistiche. Nel ceto popolare il 48% teme un futuro peggiore per i propri figli.

Roma, 21 ottobre – Incertezza, paura, arretramento economico e relazionale. Un Paese nel quale la povertà non coincide più soltanto con la mancanza di reddito, ma assume la forma di una progressiva discesa sociale che investe lavoro, salute, casa, consumi, relazioni e aspettative per il futuro.

È il quadro che emerge da FragilItalia 2026 – Le povertà contemporanee, l’indagine Ipsos realizzata per Legacoop. Secondo i dati emersi nella rilevazione, il 54% degli italiani si colloca sotto il ceto medio: il 34% si definisce “in caduta”, il 16% fragile e il 4% lower class. Il 25% dichiara di essere sceso nella scala sociale, mentre soltanto il 7% ritiene di aver migliorato la propria posizione.

Una dinamica che il rapporto definisce di “de-cetomedizzazione”: il ceto medio in caduta, pari al 34%, si avvicina ormai numericamente a quello stabile, al 37%. La povertà appare così sempre meno come una condizione statica e sempre più come una traiettoria verso il basso.

A confermarlo è innanzitutto la percezione degli italiani: il 68% si sente economicamente più fragile rispetto a cinque anni fa. Il 25% ha difficoltà ad arrivare a fine mese, il 19% rinuncia a spese necessarie e il 17% non sarebbe stato in grado di sostenere una spesa imprevista di 600 euro. 

“Questi numeri ci dicono che dobbiamo cambiare il modo in cui guardiamo alla povertà – afferma il presidente di Legacoop, Simone Gamberini –. Non riguarda più soltanto chi si trova ai margini.  Il problema si sta diffondendo e riguarda una parte crescente della società che lavora, ha una casa, costruisce una famiglia, ma sente progressivamente ridursi le proprie sicurezze. È una povertà di reddito, certamente, ma anche di opportunità, di relazioni e, soprattutto, di futuro”.

Particolarmente significativo è il dato sul lavoro. Il 39% degli intervistati considera il proprio stipendio insufficiente rispetto al costo della vita. La percentuale sale al 49% tra i 31-50enni, al 50% nelle Isole e al 54% nel ceto popolare.

La fragilità economica incide inoltre su bisogni essenziali. Il 26% ha rinunciato a cure mediche o dentistiche per ragioni economiche, percentuale che raggiunge il 57% nel ceto popolare; il 29% ha rinviato la manutenzione della casa o dell’auto e il 22% l’acquisto di vestiti o calzature necessari. Nel ceto popolare il 23% ha dovuto ridurre persino qualità e varietà dell’alimentazione.

Anche la casa fotografa la crescente vulnerabilità: il 31% ha rinviato lavori di manutenzione necessari per ragioni economiche, mentre soltanto un intervistato su quattro dichiara di essersi sentito in una condizione abitativa stabile e sicura.

Ma le nuove povertà non sono soltanto materiali. Negli ultimi dodici mesi il 24% degli intervistati ha avuto poche o nessuna occasione di socialità e il 23% si è sentito solo. Nel complesso, quando viene chiesto quali condizioni di difficoltà abbiano interessato direttamente l’intervistato o il suo nucleo familiare, dopo le difficoltà economiche (29%) emergono il senso di vuoto o la mancanza di prospettive (21%), le difficoltà di accesso alle cure sanitarie (19%) e l’isolamento o la solitudine (15%).

“Il dato che deve interrogarci di più è forse proprio questo intreccio tra fragilità economica e fragilità sociale – prosegue Gamberini –. Quando diminuiscono contemporaneamente il potere d’acquisto, l’accesso alle cure, la sicurezza abitativa, le relazioni e la fiducia nel futuro, non siamo davanti a una somma di problemi individuali. Siamo davanti a una questione che riguarda il modello di sviluppo del Paese“.

Il fenomeno assume infine una dimensione generazionale. Nel ceto popolare il 48% teme che i propri figli scenderanno ulteriormente nella scala sociale.

Il testo dà due percentuali vicine per un dato simile: il 29% ha rinviato la manutenzione di casa o auto, il 31% i lavori di manutenzione necessari. Conviene verificare che si tratti davvero di due domande diverse.

“Per questo – conclude Gamberini – la risposta non può essere soltanto assistenziale. Occorre ricostruire condizioni che consentano alle persone di tornare a progettare il proprio futuro: lavoro dignitoso, casa accessibile, salute, servizi, comunità e possibilità di partecipare. È su questo terreno che la cooperazione può dare un contributo al Paese: Infatti non è più soltanto povertà di reddito. È una progressiva perdita di sicurezza, relazioni e fiducia nel futuro. Il Paese deve reagire. Non servono solo soluzioni di breve periodo in vista delle scadenze elettorali. Facciamo decollare il Patto per l’Italia che abbiamo lanciato pochi giorni fa durante la nostra Biennale dell’Economia Cooperativa”.

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