EDITORIALE – 26 GENNAIO 2026

La cultura che tiene insieme

50 anni di CulTurMedia, tra memorie vive e futuro da costruire

Di Giovanna Barni, Presidente di CulTurMedia Legacoop

Ci sono stagioni in cui non basta celebrare. Serve fermarsi, guardare meglio, rimettere in ordine le parole e capire dove stiamo andando. Il cinquantesimo anniversario di CulTurMedia cade in una di queste stagioni: un tempo attraversato da fragilità evidenti, ma anche da una domanda nuova di senso, di comunità, di futuro.

Non è solo una crisi della cultura, né soltanto una crisi economica. È qualcosa di più profondo: una difficoltà crescente a immaginare il domani come uno spazio condiviso. In Italia questo si traduce in territori che si svuotano, giovani che se ne vanno non per necessità ma per mancanza di prospettiva, comunità che faticano a riconoscersi in luoghi e istituzioni capaci di generare fiducia.

È qui che la cooperazione culturale torna ad essere una chiave di lettura, prima ancora che un modello organizzativo.

CulTurMedia nasce nel 1975, con Cesare Zavattini come primo presidente, da un’intuizione semplice e radicale: la cultura non è un ornamento, ma un’infrastruttura civile. È ciò che tiene insieme le persone, che rende abitabili i territori, che costruisce partecipazione e senso di appartenenza. Cinquant’anni dopo, quella intuizione non solo è attuale, ma appare necessaria.

Nel percorso del cinquantenario, questa consapevolezza non si è costruita in un unico luogo, ma attraversando l’Italia reale. L’avvio a Torino, al Salone del Libro, con il lancio del contest “Un metro di libri, un’officina di idee”, ha rimesso al centro il valore sociale e democratico della lettura e l’intuizione zavattiniana del libro come bene di prossimità.

Da lì, il percorso si è spostato volutamente nei territori dove le fratture sono più evidenti: aree interne, margini geografici, Sud del Paese. Campobasso, Oristano, Fabriano, la Sicilia non sono state tappe simboliche, ma luoghi in cui la cooperazione culturale misura ogni giorno la distanza tra diritti formali e accesso reale alla cultura, tra opportunità di sviluppo e diseguaglianze. È in questi contesti che il nesso tra cultura, coesione sociale e sviluppo locale sostenibile si è fatto più concreto, mostrando come la cooperazione, meglio se in forma di reti e filiere multissettoriali, possa essere un’infrastruttura di prossimità capace di contrastare spopolamento, povertà educativa e perdita di futuro.

In queste tappe abbiamo raccolto attorno al percorso esperti, amministratori, istituzioni, giornalisti, altre associazioni. Ma soprattutto abbiamo raccontato storie. Non per citarle come esemplari rari o buone pratiche isolate, come nel noto dossier Buone Notizie, bensì per leggerle come segnali, tradurle in strategie, farle dialogare tra loro. Storie capaci di indicare traiettorie possibili, non eccezioni da ammirare.

A Milano, attorno al teatro cooperativo per ragazzi, abbiamo riflettuto sulla funzione pubblica della cultura e sulla capacità del modello cooperativo di tenere insieme qualità artistica, lavoro dignitoso, accesso e sostenibilità. Un passaggio che ha portato a costruire una proposta condivisa sul nuovo Codice dello Spettacolo, come esito naturale di un confronto maturato nei territori.

A Venezia, tappa conclusiva, il percorso ha trovato una sintesi più ampia. L’intervento del Prof, Alessandro Rosina ha restituito il quadro di un Paese che sta peggio di molti altri: una fase storica segnata da rischio demografico, sociale e di futuro, che colpisce in modo diseguale territori e generazioni. È a partire da questo quadro che il lavoro sulle filiere culturali cooperative ha assunto pienamente il suo significato: non come somma di sottosettori, ma come strategie capaci di trasformare città e rendere nuovamente attrattivi territori e spazi abbandonati.

La filiera del riuso del patrimonio culturale e dei territori contribuisce a diffondere presìdi culturali, di socializzazione e di creatività, rafforzando le comunità locali e attivando percorsi di turismo sostenibile che rigenerano borghi, parchi, cammini, aree rurali e montane. Grazie al modello cooperativo e al suo radicamento nei territori, l’uso delle risorse non è estrattivo, come nel noto fenomeno dell’Over tourism che danneggia tante città d’arte italiane. La filiera del libro e della promozione della lettura, insieme a quella del teatro, in particolare per le nuove generazioni, costruiscono contesti educativi e formativi di prossimità che contrastano la desertificazione culturale. La filiera della creatività innerva processi di innovazione anche nei settori più tradizionali, rendendoli più dinamici e competitivi.

I 50 esempi selezionati, 10 per filiera, da nord a sud, richiamano gli anni di Culturmedia ma sono soprattutto progetti concreti e replicabili che dimostrano che il modello funziona e funziona anche nei territori più fragili dove altre strategie hanno fallito.

Sempre a Venezia, la premiazione del contest “Un metro di libri, un’officina di idee” ha reso visibile questo passaggio. Oltre cento proposte raccolte da giovani under 35, sei delle quali selezionate e premiate: progetti che parlano il linguaggio della creatività e dell’innovazione, del nuovo abitare, della rigenerazione di spazi e di relazioni, di economia circolare. Idee di giovani che domani potranno generare cooperative di professionisti e creativi o entrare nei progetti delle cooperative di abitanti, rafforzando l’alleanza tra qualità della vita, cultura, lavoro.

Da questo attraversamento emerge con chiarezza che la cooperazione culturale non agisce per compartimenti stagni. Informazione, teatro, editoria, turismo culturale e green, rigenerazione urbana, industrie creative: sono ambiti diversi ma profondamente intrecciati e a loro volta con forti connessioni con tutto il Made in Italy, dall’agricoltura al design e al digitale. È da qui che nasce il lavoro sulle filiere culturali cooperative, come risposta a tre fratture strutturali del Paese: la perdita di identità e attrattività di molte aree, l’indebolimento della coesione sociale e la difficoltà di innovare senza espellere persone e territori.

In questo quadro, il tema dei giovani non è un capitolo a parte. È la cartina di tornasole dell’intero sistema. La cooperazione culturale intercetta talenti, costruisce percorsi professionali, genera presìdi educativi e spazi di partecipazione proprio nei luoghi dove il rischio di abbandono è più alto. Non trattiene per forza, ma crea condizioni per restare, tornare, immaginare.

Non è un caso che questo percorso si collochi anche dentro una cornice internazionale. L’UNESCO ha riconosciuto la cooperazione come uno dei driver fondamentali per la cultura e ha aperto la strada al riconoscimento della cultura come obiettivo autonomo dello sviluppo sostenibile. Un orizzonte che rafforza il ruolo della cooperazione come infrastruttura civile, sociale ed economica.

Cinquant’anni dopo, CulTurMedia non rivendica primati. Rivendica una responsabilità: continuare a essere uno spazio in cui la cultura non separa, ma connette; non consuma territori, ma li rigenera; non parla a pochi, ma costruisce comunità. Alle istituzioni chiediamo di riconoscere questo ruolo (e oggi, grazie al piano dell’economia sociale, non solo questo è possibile ma anche fortemente raccomandato). Alla cooperazione tutta, di mettere in atto quelle sinergie che aiutano a trasformare in strategie multisettoriali le nostre belle storie.

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