EDITORIALE – 19 GENNAIO 2026

Salari in ritardo: lo sforzo straordinario del sistema cooperativo a difesa del potere di acquisto dei lavoratori

Di Simone Gamberini, Presidente Legacoop

Il dibattito sulla stagnazione dei salari in Italia non è un’emergenza recente, ma un problema strutturale di lungo periodo che attraversa l’ultimo decennio. I dati – presentati dall’INPS nel corso di un evento svoltosi il 15 gennaio a Roma- evidenziano come, tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni medie lorde nel settore privato siano cresciute del 14,7% e nel pubblico dell’11,7%, una dinamica che, a fronte di un’inflazione cumulata significativa (con picchi dell’8,1% nel 2022 e del 5,4% nel 2023), ha delineato un quadro di sostanziale stagnazione dei salari reali. In questo scenario complesso, emerge con forza il ruolo del sistema cooperativo, che si è distinto per uno sforzo straordinario nella difesa del potere d’acquisto dei lavoratori attraverso una contrattazione attiva e resiliente.

Nel triennio 2023-2025, il mondo della cooperazione ha operato con determinazione, portando al rinnovo di ben 20 contratti nazionali. A differenza di altri settori, la cooperazione ha adottato sin dal 2010 l’indicatore IPCA come riferimento confederale, provando a garantire in tutti i contratti rinnovati il recupero dell’inflazione per i propri addetti. Un esempio virtuoso di questa azione è rappresentato dal settore della Logistica, dove Legacoop e le altre centrali hanno fortemente voluto la pubblicazione delle tabelle ministeriali sul costo medio del lavoro, uno strumento fondamentale per garantire trasparenza, conformità normativa e legalità nelle gare di appalto.

Un sistema, quello contrattuale, che va difeso e sostenuto, anche attraverso una riflessione profonda sul tema della rappresentanza, resa forse ancora più urgente anche dalla recente sentenza delle Corte Costituzionale.

L’impegno della cooperazione si scontra spesso, purtroppo, con le miopie della Pubblica Amministrazione. È il caso della cooperazione sociale, e più in generale del settore dei servizi, dove molte amministrazioni non riconoscono ancora gli aumenti contrattuali, ancorando le tariffe a CCNL superati da oltre un decennio. Il Codice dei contratti pubblici attuale non riconosce, se non in minima parte, i costi derivanti dai rinnovi, creando un corto circuito che penalizza le imprese più corrette e i loro lavoratori.

Un altro elemento critico del panorama attuale è il ricorso sistematico alla fiscalità generale per sostenere i redditi bassi. Sebbene gli sgravi fiscali e contributivi abbiano permesso ai netti in busta paga di recuperare quasi totalmente l’inflazione post-2020, questa pratica solleva dubbi sulla sua sostenibilità a lungo termine. Come evidenziato da autorevoli osservatori, l’intervento dello Stato tramite la riduzione dell’Irpef o il taglio del cuneo rischia di essere una forma di “supplenza” che non genera aumenti strutturali di produttività.

Il vero “freno a mano” dell’economia italiana rimane però la produttività. Dal 1995 al 2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta solo dello 0,2% annuo, contro l’1,2% della media UE27. Senza un salto di qualità negli investimenti immateriali — ricerca, innovazione e, soprattutto, formazione continua — non può esserci una crescita salariale sostenibile. Il sistema cooperativo, radicato nei territori, è chiamato a guidare questa transizione investendo nel capitale umano e promuovendo la coesione territoriale, specialmente nel Mezzogiorno, dove il divario tecnologico e occupazionale resta allarmante.

In conclusione, la questione salariale non si risolve solo con bonus o interventi fiscali una tantum, ma attraverso un patto per le competenze e una valorizzazione reale del lavoro. La cooperazione ha dimostrato di voler fare la sua parte, difendendo i salari anche nelle fasi più dure della crisi inflattiva. Ora è necessario che le istituzioni accompagnino questo sforzo, garantendo regole certe negli appalti e incentivando quella contrattazione di secondo livello che, distribuendo la ricchezza dove viene prodotta, può finalmente far ripartire l’ascensore sociale del Paese.

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