Il diritto a restare non è nostalgia
Di Paolo Scaramuccia, Responsabile Sviluppo locale, cooperative di comunità e servizi associativi di Legacoop Nazionale
Per anni le aree interne sono state raccontate attraverso la lente della perdita: meno abitanti, meno servizi, meno opportunità. Un racconto che ha finito per trasformare interi territori in luoghi “fragili” per definizione, consegnati a un declino considerato inevitabile. Eppure, il problema, forse, non sono le comunità: è il modello di sviluppo che abbiamo scelto per loro.
La Commissione Europea ha recentemente lanciato il Right to Stay, Your Region, Your Future, un piano di coordinamento che punta a rafforzare l’attrattività delle aree periferiche, migliorare l’accesso ai servizi essenziali, contrastare gli squilibri demografici e offrire opportunità concrete ai giovani. Un segnale politico importante, anche se va detto con chiarezza: non sono previste nuove risorse nel bilancio europeo. E aleggia il rischio concreto che parte dei fondi già destinati alla coesione vengano assorbiti dalle crescenti spese per la difesa, proprio nel momento in cui rafforzare il tessuto sociale dei territori più vulnerabili sarebbe più urgente che mai.
Rimane però aperta la domanda sostanziale: basta un piano di coordinamento a invertire la rotta?
Il diritto di restare non può ridursi a un mero indirizzo o a un richiamo romantico ai borghi. Per questo il contrasto allo spopolamento non si risolve con politiche compensative o interventi a pioggia: serve riconoscere che esistono territori capaci di generare valore secondo logiche diverse.
Le strategie che puntano sull’attrarre investimenti privati esterni o sul compensare con trasferimenti pubblici la mancanza di mercato sono entrambe fallimentari, in quanto producono dipendenza e non costruiscono capacità endogena. Gli investimenti privati estrattivi portano via il valore che generano; i trasferimenti pubblici, senza un’economia locale capace di autoriprodursi, si esauriscono senza lasciare traccia strutturale.
Al contrario, le esperienze cooperative e mutualistiche dimostrano che è possibile costruire sviluppo trattenendo competenze, relazioni e valore nelle comunità.
La Strategia europea “Right to Stay” offre un’occasione rara per sancire un principio che la pratica cooperativa ha già dimostrato sul campo: il diritto di rimanere non è una questione di nostalgia, ma di economia.
Nessun cittadino può esercitare il diritto di restare se quell’economia non produce lavoro dignitoso, non eroga servizi essenziali, non mantiene infrastrutture sociali e non offre prospettive alle giovani generazioni. E nessuna economia di mercato convenzionale, orientata alla massimizzazione del profitto e alla mobilità del capitale, può garantire queste condizioni in territori a bassa densità e marginalità strutturale.
L’economia sociale, cooperativa e mutualistica è l’unico modello economico sistematicamente capace di farlo, per ragioni strutturali:
Rimane. Le cooperative non delocalizzano perché i soci sono la comunità.
Ridistribuisce. Il valore generato non viene estratto verso azionisti lontani ma reinvestito localmente — in salari, servizi, infrastrutture comunitarie e fondi mutualistici.
Partecipa. La governance democratica e partecipativa produce coesione sociale, capitale civico e capacità collettiva di decisione, fattori che rendono i territori più resilienti e attrattivi per chi vuole scegliere di restare.
Integra. Dove il mercato vede servizi separati e non remunerativi, la cooperativa li combina in un’offerta integrata che sostiene la tenuta complessiva del territorio.
Per questo è necessario un cambio di paradigma nell’approccio alle aree interne:
a) Abbandonare la categoria del “fallimento di mercato”.
Le aree interne non sono luoghi in cui il mercato ha fallito: sono luoghi in cui il mercato speculativo non trova margini sufficienti. Questo non le rende marginali dal punto di vista del valore sociale, ambientale e culturale che producono. La policy deve smettere di applicare a questi territori i parametri dell’economia estrattiva e adottare quelli dell’economia generativa.
b) Riconoscere l’economia sociale come soggetto strategico dello sviluppo locale.
Le cooperative, le imprese sociali, le mutue, le associazioni e le fondazioni che operano nelle aree interne non sono supplenti del mercato assente: sono l’economia propria di questi territori. Devono essere riconosciute nei piani di sviluppo territoriale, nella politica di coesione europea, nei fondi strutturali e nei programmi nazionali per le aree interne.
c) Integrare il Right to Stay nella strategia europea di economia sociale.
Il Right to Stay deve diventare la cornice entro cui sancire che lo sviluppo economico delle aree periferiche è possibile solo attraverso modelli che trattengono il valore dove viene generato.
Applicare alle aree interne le stesse regole pensate per i contesti urbani non è uguaglianza: è iniquità.
L’economia sociale è la risposta alla richiesta di equità che sale dai territori fragili.
La cooperazione, da sempre, sa come raccoglierla.







