Il presidente della Fondazione Gimbe: «Un italiano su dieci rinuncia a una o più prestazioni». Disuguaglianze territoriali e sociali tradiscono l’articolo 32 della Costituzione.
Milano, 9 ottobre 2026 – Quale Servizio sanitario nazionale vogliamo consegnare alle nuove generazioni? È la domanda che Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha rivolto dal palco della Biennale dell’Economia Cooperativa di Milano, presentando le linee del Piano di rilancio del Ssn elaborato dalla Fondazione.
Il punto di partenza è una diagnosi lucida ma non rassegnata: «Il nostro sistema è malato ma è trattabile». Per curarlo, ha spiegato Cartabellotta, serve una linea programmatica di Paese, capace di tenere insieme un rilancio complessivo della sanità pubblica e riforme che ne modernizzino l’organizzazione.
La scelta, ha avvertito, è tra due modelli. Da una parte un servizio sanitario fondato su universalità, uguaglianza ed equità (cioè l’articolo 32 della Costituzione); dall’altra un sistema a doppio binario, in cui il diritto alla salute è garantito solo a chi può pagare, mentre chi non può è costretto ad aspettare o a rinunciare alle cure. «È un problema di Paese». Per questo Gimbe propone un patto per il rilancio del Ssn che coinvolga la politica, i professionisti sanitari e l’intera società.
Sei milioni di italiani rinunciano alle cure
I dati descrivono un quadro preoccupante. La povertà, assoluta e relativa, è in forte crescita e la capacità di spesa delle famiglie si riduce. «Un italiano su dieci rinuncia a una o più prestazioni», ha ricordato Cartabellotta: circa 6 milioni di persone, spesso proprio quelle in condizioni di maggiore fragilità che l’articolo 32 della Costituzione chiede esplicitamente di tutelare. Il risultato è che l’universalismo delle cure «resta solo sulla Carta».
Il presidente della Fondazione Gimbe ha sottolineato che nel periodo 2023-2026, il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) cresce sulla carta di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 a 142,9 miliardi. Si tratta tuttavia di un incremento nominale: se si rapporta alla ricchezza del Paese, la spesa sanitaria pubblica subisce una contrazione reale, scivolando dal 6,27% del PIL del 2022 a una quota che si stabilizza attorno al 6%. Se la percentuale fosse rimasta ancorata ai valori di quattro anni fa, la sanità pubblica disporrebbe oggi di circa 19 miliardi di euro in più. A questo deficit si somma l’effetto dell’inflazione, che riduce il potere d’acquisto delle risorse attuali ai livelli del 2010, a fronte di costi operativi, tecnologici e assistenziali nettamente superiori (e in crescita).
Un Paese diviso anche nella salute
Le disuguaglianze si fanno sempre più marcate e alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria, con pochissime Regioni in grado di attrarre pazienti dal resto del Paese. «L’Italia dovrebbe essere unita in salute e in malattia», ha sottolineato il presidente di Gimbe, e invece le differenze non sono solo tra Regioni, ma anche tra province, e persino all’interno delle stesse città, tra centro e periferia. A questi divari geografici si sommano quelli legati a reddito, genere, età e disabilità, «tradendo doppiamente l’articolo 32 della Costituzione». Emblematico il dato sul Mezzogiorno: in tutte le otto Regioni del Sud la speranza di vita è inferiore alla media nazionale.
Le criticità del finanziamento
Sul fronte delle risorse, Cartabellotta ha smontato l’idea di un finanziamento in espansione. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto di 17,5 miliardi, passando da 125,4 a 142,9 miliardi di euro. Ma si tratta di un aumento solo nominale: in rapporto alla ricchezza del Paese, la spesa sanitaria pubblica si contrae, scendendo dal 6,27% del Pil del 2022 a circa il 6%. Se fosse rimasta ai livelli di quattro anni fa, la sanità pubblica potrebbe contare oggi su circa 19 miliardi in più.
A pesare è anche l’inflazione, che riporta il potere d’acquisto delle risorse attuali ai livelli del 2010, a fronte di costi operativi, tecnologici e assistenziali molto più alti e in continua crescita. A questo si aggiungono investimenti non orientati alle reali priorità di salute, una ripartizione disomogenea tra le Regioni e la difficoltà di molte amministrazioni a spendere in modo efficace le risorse disponibili.
Tra i nodi da sciogliere, Cartabellotta ha indicato l’insufficienza delle risorse stanziate, un aumento dei fondi di fatto annullato dall’inflazione, investimenti non orientati alle reali priorità di salute, una ripartizione disomogenea tra le Regioni e la difficoltà di molte amministrazioni a spendere in modo efficace le risorse disponibili.





