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Inserimento al lavoro di soggetti deboli: obiettivo raggiunto
di Daniele Martini


Per un’azienda normale la perdita di un appalto è come il giorno di un funerale. Per una cooperativa sociale può essere diverso. Non che si stappino bottiglie di champagne quando un lavoro scivola dalle mani, ma se le cose si mettono in modo tale che quella amputazione diventa la inattesa premessa per il coronamento di un percorso di inserimento sociale di lavoratori svantaggiati, allora il discorso cambia. Nel concreto: quando 8 anni fa la coop sociale pugliese L’obiettivo perse l’appalto di pulizia all’università di Bari, i dirigenti credettero per un attimo che il mondo stesse sprofondando sotto i loro piedi. Quello era un lavoro importante, decisivo per gli equilibri della coop, perderlo poteva rimettere in discussione tutto. Non è stato così, anzi, è stato il contrario. A riprova che non tutto il male viene per nuocere, o come dicevano i latini ex malo bonum. E a riprova anche che per una coop, in particolare se di tipo sociale, le finalità possono essere assai diverse da quelle di una società normale, la cui stella polare di solito è il profitto.

Le 14 persone impegnate in quell’appalto perso, quasi tutte con problemi psichici o di disagio sociale di varia natura, alla fine sono stati assunti dall’impresa subentrata nei lavori, si sono inseriti, iscritti ai sindacati, sono diventati lavoratori come tutti gli altri, al 100 per cento, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. «Raccontata così sembra una passeggiata» dicono Marisa Lacandela e Flora Colamussi, presidente e vice de L’Obiettivo. «In realtà è stata dura, c’è voluta pazienza, determinazione, la volontà di farcela. Abbiamo lottato e alla fine l’abbiamo spuntata. Quell’episodio è stato come uno spartiacque nella vita della nostra coop. Rivisto a distanza di anni appare la conferma a posteriori che il nostro non era stato un lavoro inutile o sbagliato perché avevamo raggiunto lo scopo che era quello di dare una prospettiva sicura, un futuro e un lavoro anche fuori dall’ambito coop a chi, per un motivo o per l’altro, era tenuto ai margini. Dopo quel fatto è cominciato un nuovo ciclo».

Al posto di quei lavoratori transitati verso la «concorrenza», ne sono stati assunti altri; ora nella coop sociale pugliese lavorano 116 persone, tutte con contratto a tempo indeterminato, oltre la metà delle quali definite con linguaggio un po’ specialistico «soggetti deboli», cioè uomini e donne con problemi psichici di varia gravità, disabili, ex tossicodipendenti o tuttora non del tutto fuori dalla dipendenza, ragazzi in difficoltà, ex detenuti o detenuti ai quali è stato concesso di scontare una pena sostitutiva fuori dal carcere. Tutte insieme queste persone sono riuscite a far fatturare alla coop 2 milioni e 200 mila euro nel 2008 e una cifra simile nel 2009; il 90 per cento di questi incassi sono stati distribuiti in retribuzioni e stipendi. «Il bilancio è soddisfacente», riflette la presidente.

I tempi dell’avvio, quasi trent’anni fa, sembrano lontani anni luce. Quando Paolo Tanese di Legacoop e l’equipe d’igiene mentale della provincia di Bari cominciarono a riflettere sull’opportunità di dare un lavoro retribuito a chi fino a quel momento veniva considerato poco più che un peso per la società, era un altro mondo. La rivoluzione indotta dalla legge Basaglia nell’approccio alla malattia mentale era agli albori in Puglia e doveva passare ancora tanto tempo perché si affermasse un nuovo senso comune, tra la gente normale e non solo in ristrette cerchie specializzate. A quei tempi, insomma, a molti sembrava un azzardo e una bestemmia, una fuga in avanti di pionieri illusi ed ideologizzati, l’idea di far lavorare quelli che venivano chiamati i «matti» e i «diversi», dandogli per di più una paga come agli altri lavoratori. In una parola, sembrava una scommessa. Non c’era neanche una legge che desse un quadro di riferimento alla faccenda (fu approvata solo nel 1991) e infatti la coop partì nel 1982 come una coop di tipo normale con un piccolo nucleo di fondatori: 8 persone con problemi vari di salute mentale e un «normale».

Stando alla terminologia un po’ da iniziati del mondo coop, ora L’Obiettivo è una «sociale di tipo B». Con due attività principali di intervento: le pulizie e la cura del verde, settori nei quali acquisisce commesse o attraverso gare direttamente o partecipando a consorzi tipo Conscoop o CNS (Consorzio nazionale servizi) o in convenzione con gli enti pubblici (in genere comuni). Per le pulizie lavora in molte scuole della provincia; per la manutenzione del verde con il comune di Bari e poi con quelli di Casamassima e Ruvo di Puglia. Il lavoro è organizzato per squadre e ogni squadra ha un coordinatore, una persona «normodotata» che garantisce la qualità del lavoro e favorisce la fluidità delle relazioni all’interno del gruppo. Con gli anni la coop ha trovato un suo equilibrio e ci sono persone che lavorano lì da più di vent’anni. «Per certi aspetti è un vanto» riflette la presidente Lacandela, per altri anche un limite: «L’ottimo sarebbe che per queste persone ci fossero altri sbocchi lavorativi fuori dalla coop e il loro posto fosse occupato da altri tenuti forzosamente ai margini».

Poco più di un anno e mezzo fa, dalla coop L’obiettivo è nata per gemmazione una seconda coop, la Equal Time di Bitonto e al battesimo hanno partecipato anche la Fondazione Santi Medici e Puglia natura, consorzio di valorizzazione dei prodotti regionali. In tutto sono 9 soci tra cui 5 donne con problemi psico-sociali. Coltivano l’anthurium, un fiore esotico rosso a forma di cuore, che può essere curato in serra e quindi consente alle lavoratrici orari meno rigidi rispetto a quelli soliti del lavoro agricolo femminile in Puglia che vanno in genere dalle 4 del mattino a mezzogiorno, tempi forse necessari, ma che spesso fanno a pugni con le esigenze femminili. I fiori recisi vengono confezionati in bouquet e venduti a meno di 5 euro negli ipermercati pugliesi della coop Estense a Bari, Lecce, Andria. Una bella idea, anche se in questo momento la gente ha meno voglia e soldi di un tempo per comprare bouquet. Per questo ora all’Equal Time stanno valutando l’opportunità di estendere la produzione ad altri tipi di prodotti agricoli, tipo quelli dell’orto biologico e i sottolio.