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Spes, a Fabriano cooperativa fa rima con innovazione
Di Daniele Martini

Si chiama Spes, ma con la speranza dei latini non c’entra niente. Prima di tutto perché Spes è l’acronimo di Società di progettazione elettronica e software, e poi perché questa azienda cooperativa di Fabriano che si occupa di innovazione tecnologica poteva essere una speranza 13 anni fa, quando nacque. Oggi no, non è una nebulosa promessa, ma un’affermata e concretissima realtà. E’ la conferma della natura duale, da Giano bifronte, che purtroppo resta la cifra distintiva della ricerca italiana, dove arretratezza ed eccellenza, burocratismo e dinamismo, pedanteria accademica ed agilità scientifica sono costretti a convivere. Spes è la faccia buona della medaglia. Lo è in quanto coop? In parte sì.

Una scelta casuale ed azzeccata
In un’intervista il direttore commerciale dell’azienda, Mauro Angelini, lo ha spiegato in modo semplice e sincero: quando partirono nella seconda metà degli Novanta del secolo passato ed in sette avevano solo un computer -ha raccontato- i fondatori scelsero di diventare coop quasi per caso pensando alla forma cooperativa soprattutto per motivi pratici. Strada facendo si sono accorti di aver scelto bene e ora rifarebbero tutto pari pari come allora: «Le alternative erano lo studio associato tra professionisti o la società a responsabilità limitata. La società cooperativa era un ibrido che permetteva di evitare la responsabilità diretta del professionista e non aveva necessità di un forte investimento iniziale, come invece la società di capitali». Di tasca tirarono fuori 1 milione di lire a testa e cominciarono un po’ alla garibaldina, «palla avanti e viva il parroco», come ai suoi tempi avrebbe scritto Gianni Brera. «Eravamo solo un gruppetto di bravi ragazzotti», conferma Angelini. Sono andati in goal. L’ultimo fatturato rasenta gli 8 milioni di euro e la serie storica dei bilanci è tutta un crescendo, con una punta di aumento nel 2007, quando la coop della ricerca si è inserita nel settore delle cappe aspiranti stabilendo un rapporto stretto con l’azienda Elica. Il valore della produzione quell’anno è schizzato da 2 milioni e mezzo di euro a circa 7, più 110 per cento.

Cento occupati, età media 27 anni
Spiega oggi Angelini scorrendo i dati di bilancio che certificano la crescita dell’azienda di oltre 5 punti perfino nell’annus horribilis 2009: «L’innovazione è fatta dalle teste più che dalle macchine e dai capitali, per questo la forma cooperativa che per sua natura punta sulle persone, si è dimostrata alla lunga la più appropriata e vincente». E anche per questo oggi chi entra nella cooperativa marchigiana poi fa di tutto per non uscire; in 13 anni di vita il turn over è prossimo allo zero e l’occupazione è aumentata più di 10 volte: oggi l’organico è di 100 persone di cui 58 soci, con un’età media bassissima, 27 anni, il 75 per cento impegnati nella ricerca e sviluppo con la qualifica di ingegneri elettronici ed informatici. Le forme di lavoro sono più sciolte di quelle ingessate delle aziende tradizionali: si può lavorare da casa un paio di volte al mese, c’è libertà di accesso sia in entrata sia in uscita e nessuno si scandalizza se un collega siede alla scrivania mezz’ora dopo l’orario canonico così come nessuno si stupisce se alle nove di sera, un paio d’ore dopo la chiusura ufficiale, c’è gente che lavora alla sua postazione. E’ un piccolo esempio di post fordismo all’italiana o se si preferisce di toyotismo alla marchigiana, essendo la Spes collegata a filo doppio alla realtà regionale in cui è nata e cresciuta. Però non il toyotismo ultima maniera, con la casa madre giapponese costretta a ritirare 1 milione e 800 mila auto dal mercato europeo perché difettose, ma quello dei successi legati ad un modello di impresa in cui il senso di appartenenza e l’orgoglio aziendale erano i tratti distintivi. 

In controtendenza a colpi d'innovazione
Come scriverebbero le riviste specializzate in marketing e management, la coop di Fabriano è ormai una classica case history, trascurata purtroppo dai grandi giornali che pure vanno a caccia di storie di successo, forse spiazzati dalla sua appartenenza alla galassia della Legacoop. E’ una storia economica di affermazione perfino in un momento avverso come l’attuale e in un contesto ambientale come quello marchigiano un tempo estremamente dinamico, ma colpito duramente in alcune realtà trainanti, dalla Ibm alla Argo, l’azienda per conto terzi degli elettrodomestici, soprattutto quelli del cosiddetto bianco, dalle lavatrici alle lavastoviglie agli scaldabagno. La Spes è andata in controtendenza addirittura nel settore delle cappe aspiranti dove complessivamente i fatturati negli ultimi tempi sono scesi del 25 per cento, un’enormità. Se avesse semplicemente seguito l’andazzo del mercato rassegnandosi a subirne i contraccolpi in attesa di tempi migliori, la coop marchigiana sarebbe andata incontro ad un bagno perché proprio le cappe rappresentano quasi il 30 per cento della sua attività. E invece è andata avanti facendo il suo mestiere, cioè innovando, proponendo al mercato non le solite schede elettroniche banali, che tutti sono capaci di fare, dalla Cina all’India, oltretutto con costi irrangiungibili, spesso favoriti da un dumping sociale feroce che, detto in altro modo, significa sfruttamento selvaggio del lavoro. La Spes ha continuato a credere nella sua missione di azienda di giovani cervelli associati per proporre qualcosa di nuovo, nel caso specifico soluzioni più sofisticate e di alta gamma per le cappe, e così è sfuggita alla tagliola della crisi.

E tra i soci sovventori una joint venture giapponese

Paradossalmente il suo problema oggi è la troppa crescita. Mentre tutti arrancano, la coop marchigiana più di una volta è stata costretta a rifiutare le commesse e di fronte a tanta inusuale salute, le banche fanno fatica a capire. E a volte scattano meccanismi di involontaria diffidenza, del tipo: «Non è possibile, dove sta il trucco?». In effetti il trucco c’è, anche se è come l’uovo di Colombo: credere nel proprio lavoro. «Qualche volta fatichiamo a far metabolizzare il nostro successo agli istituti di credito», ammette Angelini. Come per tutte le imprese, anche per la Spes  l’apporto del sistema bancario è fondamentale per assecondare la crescita. Essendo una coop per azioni, la società marchigiana fa affidamento anche sull’apporto dei soci finanziatori che però, ovviamente, non può sostituire per intero il ricorso al credito. Tra i principali soci sovventori ci sono anche nomi blasonati dell’imprenditoria nazionale, come la Ariston Termogroup di Francesco Merloni, l’Enea, ente pubblico per l’energia, la Angelantoni industrie, la Panatta sport specializzata in tapis roulant e la Renesas, joint venture tra le giapponesi Hitachi, Mitsubishi e Nec. L’apporto di ognuna al capitale aziendale va da un minimo di 40 mila euro ad un massimo di 200 mila e il loro peso in assemblea non può complessivamente superare un terzo dei voti. Così possono partecipare in modo diretto alla vita della coop e alle sue scelte strategiche senza però poter prevaricare sugli altri soci. Finora la formula ha funzionato bene.